Vogliono ammazzare l’Uomo Ragno

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L’Inps ha molti detrattori (spesso superficiali) ma i suoi peggiori nemici li ha al proprio interno. Mi assumo la responsabilità di sbagliare valutazione, ovviamente, ma sono piuttosto convinto sulla base della mia esperienza diretta che il maggior danno gli venga da quei dirigenti di livello medio-alto che, invece di confrontarsi seriamente con l’azionista di riferimento (il Governo di turno) spiegando quali sono le condizioni organizzative dell’Istituto e di conseguenza che cosa esso può fare garantendo un certo livello di qualità (e che cosa no), subiscono di tutto e cercano di imporre alla loro “macchina”, ovvero ai molti lavoratori che la conducono, obiettivi improponibili.

Faccio un esempio semplice: la politica dei bonus (autonomi, collaboratori, agricoli, nido, nascita, baby sitting, bebè e babà…) richiede una quantità di lavoro sproporzionata per l’obiettivo che si persegue e, soprattutto, sottrae tempo di lavoro destinato ad attività strutturali (pensioni, disoccupazioni, invalidità civili…) che l’Inps non può non fare! Poiché la struttura (ovvero il personale e le risorse tecnologiche) rimane sostanzialmente invariata, non si può continuare ad aggiungere lavoro. E’ vero che si può ottimizzare, diventare più efficienti e via dicendo, ma c’è un limite: un limite che è stato varcato da tempo.

Teniamo conto che per più di un decennio non ci sono state assunzioni in Inps, che i pochi ingressi di luglio 2019 non basteranno nemmeno a sostituire quelli che se ne sono andati in pensione successivamente (più numerosi del previsto per via della Quota 100), che ha inglobato i vari Inpdap, Ipost, Enpals, importando professionalità non sempre spendibili (per lo specialismo di provenienza) nel sistema previdenza che si è via via configurato in Italia a seguito di mille riforme.

Da quel che affermo, pur senza entrare nel merito, è evidente che il problema è complesso ma proprio per questo non va rimosso. Invece sta accadendo che la dirigenza sta cercando di eluderlo da una parte attraverso una struttura decisionale piramidale, molto rigida, facendo ricorso a procedure ancora più rigide che spesso impediscono correzioni anche ad errori banali creando ritardi, inconvenienti, danni alle persone; dall’altra “scaricando” quanto più lavoro possibile (e contraddizioni) sui patronati che a loro volta sono già sovraccarichi di lavoro e responsabilità improprie e costretti a ridurre le loro risorse umane a seguito dei numerosi tagli al contributo pubblico.
Si tratta di una strategia autodistruttiva che, tra l’altro, impoverisce e umilia le competenze e le professionalità ancora presenti tra molti lavoratori dell’Istituto che devono sottomettersi a procedure “stupide”, che però dettano legge, e a dirigenti a volte poco preparati sul contenuto effettivo delle disposizioni che vengono impartite. E qui, come capita spesso in generale nella vita, chi è più ignorante diventa più autoritario ed aggressivo per farsi obbedire perché non ha altri mezzi se non il suo ruolo gerarchico.

La mia modesta opinione è che bisogna fermare il treno prima che vada a schiantarsi perché l’Inps non è (non è ancora) un carrozzone burocratico, ma è un patrimonio del nostro Paese che garantisce il funzionamento quotidiano di più di metà del nostro sistema di Welfare.
 
 
INPS. UN ESEMPIO DI AUTOLESIONISMO
In questa sede autolesionismo sta per: sostenere una tesi molto fragile e incaponirsi nel difenderla contro ogni ragionevolezza facendo perdere tempo sia ai propri dipendenti sia ai patronati generando tensioni gratuite.

Veniamo al tema. Una delle casistiche che permette di essere considerati lavoratori precoci e dunque di poter andare in pensione di anzianità con 41 anni di contribuzione oppure lavoratori col diritto all’Ape sociale (avendo almeno 63 anni di età e 30 di contribuzione) è quella di essere stati licenziati, di avere fruito di tutta la Naspi disponibile e di aver trascorso almeno tre mesi di disoccupazione senza indennità né sussidi di vario tipo. Tra coloro che hanno richiesto uno dei due riconoscimenti citati vi sono le lavoratrici badanti che sono state licenziate a seguito del decesso del datore di lavoro.

Bene. A queste persone l’Inps ha respinto la richiesta di riconoscimento del diritto. Vi chiederete: perché? Le condizioni ci sono tutte: dove sta il problema? Il problema sta nel fatto che secondo l’Inps il licenziamento per decesso del datore di lavoro è diverso dal licenziamento per motivi economici e quindi la lavoratrice non può essere considerata una “vera” licenziata. La cosa non è per nulla intuitiva. Essendo già stato clamorosamente sorpreso e stupito dai cavilli del Diritto nella mia vita, in questi casi sospendo il giudizio e chiedo lumi.

L’ho fatto, nel caso che è capitato a me, almeno quattro (ripeto: quattro) volte attraverso riesami e ricorsi vari. La risposta che mi è stata data è stata invariabilmente: perché il licenziamento per decesso del datore di lavoro non è equiparabile al licenziamento previsto dalla legge che ha istituito i due benefici dei precoci e dell’Ape sociale. L’unico riferimento che mi è stato dato (non in un provvedimento ma in una email informale) è che la legge intende per “licenziamento” la definizione che ne dà l’art. 19, c. 1 del Decreto legislativo 150 del 2015.

E che dice questo comma 1 di questo articolo 19? Dice che: “Sono considerati disoccupati i lavoratori privi di impiego che dichiarano (…) la propria immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa ed alla partecipazione alle misure di politica attiva del lavoro concordate con il centro per l’impiego”.
Di nuovo la spiegazione, sia pure con un tecnicismo giuridico magari difficile da comprendere, non c’è. Non mi viene proposto nulla che distingua giuridicamente i due tipi di licenziamento. Sempre di licenziamento si tratta, tant’è che l’Inps per prima riconosce la Naspi in entrambi i casi senza esitazione.

Sto meditando di andare in causa quando la mia struttura regionale mi fa avere una sentenza del Tribunale di Rovigo (240/2019 – 22/11/2019 – RG 245/2019) su un caso identico al nostro (lì si chiede l’Ape sociale, qui il riconoscimento di precoce ma la norma è la stessa). Sono curiosissimo di leggere come, di fronte a un giudice (!), i valenti legali dell’Inps abbiano doviziosamente argomentato il fondamento normativo della loro posizione.
Dopo aver ricordato che “la prestazione non è prevista in caso di decesso del datore di lavoro…” (e daje!) i legali dell’Inps hanno aggiunto che “la cessazione del rapporto di lavoro per decesso del datore di lavoro domestico non è sussumibile nella fattispecie” della norma di legge che ha istituito il beneficio “che subordina l’accesso alla prestazione allo stato di disoccupazione conseguente a licenziamento ovvero a dimissioni per giusta causa”.

Togliete i fronzoli e ditemi: avete capito perché i due licenziamenti sono diversi tra loro? Il giudice, anch’esso senza darne spiegazione, concede che una differenza vi sia ma risolve la cosa (ovvero sentenzia) così: tratto comune delle varie tipologie di licenziamento che danno diritto al beneficio “è la non volontarietà delle stesse, ovvero l’impossibilità per il prestatore di sottrarsi alla decisione datoriale (licenziamento): è evidente la ratio della previsione normativa, ovvero di evitare che il prestatore si ponga volontariamente in uno stato di disoccupazione, finalizzato ad ottenere la prestazione in argomento”.
Nel caso di specie la lavoratrice si trova in stato di disoccupazione “in modo del tutto involontario, in una situazione del tutto assimilabile al licenziamento per giustificato motivo oggettivo”.
La sostanza è che sempre di licenziamento si tratta, di perdita di lavoro involontaria. Ci voleva molto?

E così il giudice accoglie il ricorso della lavoratrice, condanna l’Inps a corrispondere la prestazione richiesta e a farsi carico delle spese legali. Speriamo non ci portino in Cassazione. Speriamo che questa sentenza chiarisca le altre situazioni pendenti (compresa la nostra). Abbiamo (Inps e patronati) un mucchio di cose da fare. Perché perdere tempo e farci del male? Per cosa, poi? Quale delicata questione di principio è in gioco qui? Nessuna salvo quella di discriminare delle lavoratrici sfortunate rendendole ancora più sfortunate di altre e altri.

di Renzo Stievano, direttore Inca Cgil Vercelli Valsesia

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